Francesco Lamperti:

sulle cause della decadenza del canto

 

È una triste ma innegabile verità che il canto trovasi oggigiorno in un stato di deplorabile decadenza.

Ed è tanto più doloroso questo fatto, in quanto che non è soltanto al giudizio degli intelligenti ch’esso risulta, ma benanco dall’impressione che ne ricevono le masse più ignare alle audizioni degli spettacoli musicali che ci vengono presentati tanto nei piccoli quanto nei maggiori nostri teatri. Sulle cause appunto di tale decadimento fermai alcun poco la mia attenzione, cercai d’indagarne i movimenti, ed è perciò che non credetti inutile cosa aprire questi miei rudimenti elementari con qualche riflessione su tale argomento.

Non è già supponibile che la voce umana, dall’epoca delle più grandi celebrità artistiche in poi, abbia subito una svantaggiosa alterazione; è possibile che qualche fenomeno vocale si sviluppi in un’epoca piuttosto che in un’altra, ma le sono eccezioni straordinarie, e non è su queste che noi dobbiamo arrestarci. – D’altra parte, nei molti anni trascorsi dall’epoca sopraccennata sino ad oggi, visto lo sviluppo morale ed intellettuale delle popolazioni, parmi che l’intelligenza d’ognuno e quindi di coloro che si dedicano al canto debba aver subito quell’incremento, che il volger de’tempi ed il progresso hanno esteso su tutte le classi sociali. Malgrado ciò, quarant’anni or sono all’incirca contavasi una schiera numerosa di eletti artisti, locché al dì d’oggi non possiamo coscienziosamente fare; è d’uopo quindi supporre che la musica di que’tempi, ed i primordi con cui s’iniziava la carriera musicale, fossero la vera causa per cui ci fu dato vantare allora tante vere celebrità artistiche consacrate non solo dai successi, ma ben anco dal voto dell’arte. Ed è su questi due punti ch’io interesso a fermarsi l’attenzione de’miei lettori.

Il celebre cantante Pacchiarotti scriveva nelle sue memorie “ chi sa ben respirare e sillabare saprà ben cantare” e fu quella una delle più grandi verità che lo studio e l’esperienza dell’arte abbiano suggerito ai provetti cultori del canto.

Nel tempo infatti in cui era in voga il repertorio Rossiniano, rappresentato in tutti i teatri, avendo anche una bella voce ed attitudine musicale, era forse possibile cantare quella musica senza saper respirare? Faceva duopo studiarla radicalmente, ed ogni rappresentazione era un continuo e necessario progresso che il cantante doveva fare tanto nello sviluppo della voce, quanto nel sillabare, nel modo di respirare, nel correggere i difetti d’intonazione, e l’emissione di grida smodate, difetti entrambi che riuscivano ancor più intollerabili, vista la poca fragorosità dell’istrumentale, che limitavasi per lo più ad un semplice accompagnamento.

E indipendentemente anche da uno studio primitivo, in forza delle specialità della musica suddetta, un cantante che avesse avuto soltanto il dono di natura d’una bella voce, ed una certa qual attitudine musicale, trovava nella musica stessa il migliore maestro dell’arte sua, arte che, supposta pur anche la deficienza di mezzi pecuniari, o l’insufficiente studio, egli poteva coltivare ugualmente, non tornando d’alcun pregiudizio in carriera l’incominciare colle seconde parti, tanto più quando si avevano a compagni i sommi cantanti di quel tempo, e di tal guisa colla pratica e l’esercizio era possibile supplire alla mancanza d’uno studio regolare. Oggigiorno le cose son cambiate d’assai.

La musica vocale per assumere un carattere più drammatico si è pressoché intieramente spogliata di tutta l’agilità, a tal punto che per poco si prosegua di questo passo essa non sarà più che una declamazione musicale in perfetta contraddizione col vero metodo della declamazione puramente drammatica che impone ai veri attori l’esclusione di qualsiasi cantilena. – Senza entrare ora in questione sul maggiore o minore incremento che la scienza musicale in sè stessa possa ritrarre da tali innovazioni, mi farò lecito soltanto di osservare per incidenza, come convenutosi una volta che il cantare se non è verosimile però diletta assai, non parmi conforme ai precetti naturali del melodramma l’abbandonarsi ad un metodo che condurrà all’esclusione del canto, mentre è pel canto stesso che la forma melodrammatica fu creata, restando sempre agli ammiratori della declamazione la tragedia ed il dramma incaricati dell’espressione del verosimile e del vero, senza aver duopo del sussidio accompagnatorio o descrittivo dell’orchestra.

Egli è perciò che in mezzo a questo travolgimento della musica vocale, non avendo più i neofiti del canto il primo ed il migliore fra i metodi ed i maestri nella musica stessa, nè volendo o potendo iniziare la loro carriera sulle solide basi dell’uno e dell’altro, non riescono più che artisti mediocri, difettosi ed incompleti. Anche la mancanza dei musici, specie di cantanti incompatibile colla moderna civiltà, mentre presenta dal lato umanitario un giusto e necessario progresso, lascia però un vuoto irrimediabile nei veri cultori del canto, e può esser quindi considerata come una causa di decadenza della musica vocale. Pacchiarotti, Crescentini, Velluti, Marchesi, ecc., artisti tutti distintissimi, abbandonate le scene, vi rivivevano nei loro allievi. L’istesso loro stato di mutilazione mentre li stoglieva da altre distrazioni, li obbligava per natura a dedicare i loro affetti, la loro anima, il loro pensiero al culto di un’arte di cui erano fatto l’unico scopo dell’esistenza. Artisti eletti un tempo, diventavano poscia maestri di un’abilità ed esperienza incalcolabile; da ciò quel buon numero di sommi artisti che uscì dalla loro scuola, e che ora non possiamo più rammentare che como un luminoso passato.

Altra delle cause di deficienza dei buoni cantanti sono spesso, a parer mio gli impresari. – La nuova musica permettendo più facilmente di una volta agli artisti d’avventurosi immaturamente alle scene, gli speculatori teatrali udendo una buona voce quand’anche priva dei precetti dell’arte, la scritturano, ne fanno il solito mercato, e il tesoro di una gola, privo d’ogni precetto dell’arte, si sciupa malamente e in breve tempo collo spreco delle più belle note emesse a caso, senza norma nè di modulazione, nè di respiro, quindi colla distruzione continua e pur troppo rapida di mezzi vocali, mentre la musica di un tempo, avrebbe per sè stessa impiegato quel tesoro, in modo più lungo e difficile è vero, ma senza alcun dubbio più proficuo, e quel che è più senza consumarlo.

E intorno alla funesta influenza del canto moderno nella gola degli artisti citerò un esempio, che parmi valga quanto il migliore degli argomenti. La signore Löwe già mia allieva e distinta cantante, che esordi alla Scala nella Maria Padilla, espressamente per lei scritta dal maestro Donizetti, eseguiva una coda della sua cavatina nell’opera succitata, con si portentosa maestria d’agilità, da destare le più vive acclamazioni. Ritrovai poco dopo la mia allieva alla Fenice di Venezia, ove cantava opere drammatiche scritte nello stile moderno, e volli un giorno provarmi per mero esperimento a farle eseguire la famosa coda che le aveva procurato tanti applausi alla Scala. – Mi fu impossibile; la gola della signora Löwe non riusci a concretarne una sola battuta. A ciò si aggiunga quello che io chiamerò spostamento delle voci, vale a dire l’uso invalso di ritener mezzi soprani giusti d’una volta, di far cantare ai mezzi soprani le parti dei contralti d’allora, e la quasi totale sparizione delle parti di vero contralto nel repertorio moderno.

Lo stesso avvenne dei così detti tenori serii d’un tempo che ora cantano il baritono, dei tenori di mezzo carattere che ora si squarciano il petto cantando le parti di tenor serio, e il poco uso de veri bassi, il cui repertorio invece tocca spesso le più ardite corde baritonali. Ma chi ne soffre maggior danno in tale spostamento sono i soprani, le cui voci stando alle moderne tessiture dovrebbero essere eccezionali. Esse cantano abitualmente sulle ultime note di soprano sfogato, col sussidio di qualche basso forte. Ma queste voci, all’infuori di qualche eccezione, sono fiacche nel centro ed assumono quindi un carattere d’ineguaglianza disaggradevole, e quel che è più, diventano di giorno in giorno più rare. – Cosa ne avviene? – Che i veri soprani, costretti per far carriera a cantare simili tessiture, in poco tempo s’abbandonano a grida smodate ed affaticanti che affievoliscono i loro mezzi, nel momento in cui la natura stessa darebbe loro maggior vigore. – E a tale spostamento non ha poco influito il diapason rialzato di mezzo tuono, contribuendo con ciò alla deficienza di prime donne. – La matura prodiga nella voce dei soprani giusti, è assai avara con quelle di soprano sfogato. Ora si chiamerebbe voce di mezzo soprano quella che cantasse l’Otello, la Semiramide, e quasi tutte le opere del grande maestro che furono scritte per veri soprani al tempo in cui erano in voga. Così si dica delle prime opere di Donizetti, di Mercadante ed altri. Bellini fu il primo a scrivere alcune tessiture eccezionali, e, ciò che più stanca, a far sillabare su parecchie melodie prive di agilità, obbligando una sillaba ad ogni nota; i suoi successori non fecero sotto questo rapporto che esagerare il suo genere tanto in tessitura che in sillabazione, e fu di tal guisa, unitamente a quanto abbiamo premesso, che avvenne lo spostamento delle chiavi, tanto dannoso in ispecie alle donne, riuscendo a queste più faticosa la sillabazione nelle note di testa, pressoché escluse dal registro delle voci maschili.

Dietro quanto abbiamo sin qui esposto, risultando dunque che se da un lato ai di nostri v’è maggior facilità di percorrere con poco studio una mediocre carriera, v’è pure d’altra parte in ciò stesso la causa per cui l’arte ripullula di nullità ed insufficienze artistiche, e l’origine del guasto generale delle voci per difetto d’una coltura radicale, parmi che ora più che mai, tanto per decoro dell’arte quanto pel bene degli artisti, se ne possa dedurre la necessità di uno studio severo e deciso anche per quelli con cui natura fu prodiga de’ suoi doni, onde far si che, indipendentemente dal genere di musica a cui il gusto attuale li astringe, possano saviamente coltivare la loro voce, renderla acuta, e abituare l’apparecchio organico ad una respirazione lunga in ciascuna delle note emesse.

E qui troverei opportuno far osservare che, essendo il canto un parlar lungo, le note colle quali abitualmente si parla sono naturalmente animate, ponno esprimere la rabbia, l’ironia, la grazia, l’amore, ecc., e le parole colle medesime pronunciate escono chiare; ma senza lo studio necessario come si emetteranno coll’egual chiarezza le note con cui non si parla, come sillabarle, come applicare ad esse la regolare respirazione, e in conseguenza di ciò come animarle ed esprimere con esse le passioni e i sentimenti sovraindicati, malgrado il più squisito sentire e la maggior attitudine musicale che un cantante possa avere? Con tutti questi ottimi requisiti, ma senza lo studio fondamentale premesso, avremo dei gridatori, dei veri cantanti non mai; le loro note fuori di uso e non coltivate secondo le norme dell’arte saranno fredde, e malgrado la loro forza o sonorità, sempre senza espressione, sempre prive del vero accento drammatico, sempre monotone, e insuscettibili di variare la loro espressione a norma del concetto che il maestro ed il poeta hanno creato nella loro fantasia. Di là, oltre l’inesperienza artistica, anche lo sciupo, come abbiam detto, dei mezzi naturali e la loro immatura estinzione.

A porre un freno, se non del tutto almeno in parte a questi gravissimi inconvenienti mi venne il pensiero in tale stato di anarchia melodica e dietro l’esperienza fatta in molti anni d’insegnamento, di controbilanciare l’influenza che l’odierna musica esercita a danno del bel canto, con alcune norme pratiche e fondamentali, mercé le quali, mediante l’ajuto del maestro, si possa come spero, evitare la rovina delle voci, ed ottenere felici e proficui risultati da coloro che si accingono allo studio della musica vocale.

Ed a tale scopo credetti opportuno lo estendermi sulla respirazione, raccomandandone lo studio indefesso agli allievi, come quella che più d’ogni altra conduce al buon appoggio della voce ed alla tenuta delle note lunghe, le più espressive o parlanti al cuore dell’uomo, e come quella a cui si riferiscono e da cui partono tutti i precetti generali dello studio del canto.

Non è questo un metodo che io intendo imporre né un’innovazione ch’io tento introdurre nella sfera dell’insegnamento; è il risultato della pratica e dello studio ch’io suggerisco come un consiglio, in cui se verrà meno la sapienza, possa valere almeno il frutto dell’esperienza ed il mio buon volere.

Testo estratto dalla Guida teorico pratica elementare per lo studio del canto di Francesco Lamperti, Milano, 1864.

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