Beniamino Gigli:

come si cura e sviluppa la disposizione naturale

Guai a chi, per la spontaneità stessa della forza e del desiderio che Iddio e la natura gli hanno posto nel cuore, si illudesse circa una ipotetica e magari apparente facilità di quest’arte.

Chi la pensasse così andrebbe incontro alla più assoluta ed amara delusione. Tanto più amara e tragica anzi quanto più vasti sono, abitualmente, i sogni di successo che accompagnano ogni illusione in tal campo di attività.

Chi invece si rende subito esatto conto delle molteplici e non indifferenti difficoltà di quest’arte, ha sempre maggiori probabilità di raggiungere la mèta. Chi va più cauto, più guardingo, più accorto è, in sostanza, colui che cammina più spedito, anche se sembra attardarsi per la strada in soste che sono invece un necessario raccoglimento di forze e di propositi.

Come in tutte le altre arti, infatti, anche per il canto la disposizione naturale e la vocazione istintiva non bastano. Starei per dire che non basta nemmeno avere la voce…

Dirò di più una cosa che sembrerà forse un’eresia ma che è invece il frutto della più pensosa e documentata e documentabile esperienza; e cioè che qualche volta la stessa abbondanza di voce è quasi più un danno che un beneficio…

Intendo dire che oltre la voce sono necessarie altre qualità di primissimo ordine, senza le quali la voce più bella resterebbe come un diamante grezzo e senza valora. Intuito dell’arte, buon gusto artistico, senso di responsabilità, ampiezza e profondità di sentimento, mobilità e duttilità di impressione e di espressione, capacità analitica e forza di sintesi artistica, intelligenza viva e pronta…

Chi avesse meno voce e più intelligenza, con tutte le altre caratteristiche che ho detto, varrebbe sempre assai meglio di chi, prevalendo nella voce, fosse scarso di queste altre qualità che sembrano di secondaria, mentre sono invece di primissima importanza. E che certo si raggiungono, in gran parte, così come si educa e si migliora la voce; con la scuola e soprattutto con lo studio.

Perchè il cantante (quel tale fanciullo o giovinetto che già conosciamo) è, per ritornare alla nostra similitudine, come il diamante grezzo, e per diventare brillante luminoso e splendente e apprezzato ha bisogno di essere ripulito, prima, della sua ganga bluastra, e poi sfaccettato con lunga, accorta, instancabile esperienza.

Insomma, come per tutte le altre arti e gli altri artisti, occorre la scuola, che però, nel caso specifico, differentemente da quanto avviene in tutte le altre discipline artistiche o scientifiche, può essere, invece che aiuto, un pericolo.

Ricordatevi infatti che il cantante può essere la vittima di se stesso o del suo maestro. Di se stesso se l’eccesso delle illusioni o la faciloneria della preparazione lo fanno scivolare fra gli scogli delle delusioni a cui ho già accennato. Davvero padre Dante potrebbe sostenere che mai come nel nostro caso il fren dell’arte è una necessità assoluta e indispensabile!

Guai, altrimenti, alle impazienze e alle irrequietezze che si accompagnano così spesso alla naturale esuberanza dei temperamenti artistici che rischiano di essere, alla fine, pericolosi a se stessi come i torrenti non sufficientemente e non tempestivamente arginati.

Per citare un caso specifico, quanti non sono i tenori drammatici che si piccano di essere dei lirici, e quanti i lirici schietti che vogliono invece essere o almeno fare drammatici! 

Errore grave da cui deriva, per lo meno, una evidente dispersione di forze e di sforzi, di tempo e di risultati che qualche volta incidono fatalmente sull’avvenire dell’artista così sviato dal ruolo e dalle possibilità che la natura gli ha chiaramente assegnato.

E, purtroppo, molte volte è proprio la scuola che suscita o almeno alimenta questi errori e queste illusioni. Perchè, ripeto, l’aspirante cantante ha nella scuola, oltre che in se stesso, un possibile nemico. Certo che, su questo punto, desidero di non essere frainteso in nessun modo. Ho già detto della necessità della scuola per il canto come per qualunque altra forma d’arte; e anzi più necessaria forse in questo campo per la naturale disposizione a considerare con eccessiva facilità, per non dire faciloneria, lo sviluppo e la propedeutica di una preparazione che ha invece bisogno, più che in ogni altro studio, di pazienza, pazienza e pazienza!

Specifico meglio che la scuola è indispensabile per ravvivare nell’allievo tutte quelle altre qualità della cui importanza ho già fatto cenno, e alle quali vanno aggiunti, per chi voglia calcare le scene, lo studio dei personaggi, l’interpretazione in profondità oltre che in estensione el loro significato drammatico e delle loro vicende, nonchè la recitazione vera e propria.

Per ciò che riguarda più specificamente la voce, se è vero che nulla può fare il maestro per quello che è il timbro o il colore, è anche esatto che deriva proprio dall’abilità dell’insegnante l’appoggio, l’imposto, la sonorità della voce stessa, ossia la posizione di risonanza della cassa armonica per trarre dalle vibrazioni delle corde vocali e dal mantice dei polmoni i più grandi e più variati effetti col minore dispendio di forze e dunque coi migliori risultati.

Applicazione intelligente e necessarissima, anche in questo campo, della legge del maggior effetto col minimo sforzo. Si capisce che il canto è basato sul fiato. Il diaframma sostiene la nota, ma il fiato non deve passare attraverso la nota. La nota deve stare ferma. Mettete una candela davanti alla bocca del cantante: se la nota sarà presa bene la fiamma non oscillerà.

Ma, per raggiungere questo risultato, la scuola di canto non deve mai dimenticare la sua peculiare caratteristica che, per esempio, esclude le lezioni collettive per ridursi a un frazionamento di insegnamenti individuali. Non livellamento uniforme ma esaltazione della personalità, dunque; e io sostengo appunto che il maestro sarà tanto più bravo e soprattutto più utile quanto più aiuterà l’allievo a comprendere e a sviluppare se stesso. Ecco perchè, secondo me, non si può dire che vi sia un metodo unico d’insegnamento; ma si deve invece concludere che vi sono tanti metodi per quanti sono gli alunni.

Insomma è come se il medico, affermata la bontà generica di una determinata medicina, tenesse presente la necessità di applicarla con dosi e criteri diversi a seconda del temperamento e delle singole reazioni dei suoi ammalati. Tanto più che nel nostro caso, meglio ancora che in quello delle applicazioni terapeutiche, la natura finirebbe per vincere, e la vera personalità degli alunni ritroverebbe alla fine stessa. Con l’inconveniente però che l’eventuale ostinazione a modificare o ad alterare la natura si risolve sempre in amarezze e in delusioni per gli allievi così sviati.

Il grande vantaggio dei maestri e degli allievi del canto, in Italia, deriva da un segreto semplicissimo, di carattere alfabetico. Si tratta infatti precisamente delle… cinque vocali che in nessuna lingua, come in quella italiana, sono così chiare, semplici, duttili, armoniose e serene; perfettamente aderenti, dunque, a quella che è e deve essere l’emissione delle note musicali attraverso l’onda della voce.

La nostra lingua non ha la molteplicità ma nemmeno la complicata pronunzia delle altre lingue; le nostre vocali non hanno sfumature gutturali, acute, aspre, sfuggenti, velate, incerte, ambigue di suono o di pronunzia, che obbligano a modificazioni sonore assolutamente in contrasto con la semplicità e la chiarezza delle note musicali. Insomma un’altra delle infinite benedizioni concesse da Dio alla nostra patria diletta come per segnare, con un crisma indelebile, la divina missione d’arte e di bellezza.

Tutte nozioni e convinzioni che si acquistano con la esperienza e che, attraverso l’esperienza, potrebbero e dovrebbero essere più facilmente insegnate ed apprese. Ecco perchè il miglior augurio che io sento di fare ad ogni giovane iniziato nel canto è quello di poter essere, durante i suoi anni di preparazione e di studio, amico e compagno di qualche artista provetto che trasfonda in lui il suo fervore di perfezione con quella che resta e resterà sempre la scuola migliore: l’esempio.

Io, vedete, non cesso e non cesserò mai di testimoniare la mia gratitudine alla grande Rosina Storchio, a fianco della quale, nei primordi della mia carriera, ho appreso più che con qualsiasi maestro.

In fatto d’arte, e specialmente a proposito del canto, la teoria risulta spesso impotente; ripeto che soltanto l’esempio vale qualche cosa; esempio che riuscirà il prodotto organico d’un lavoro sano e di uno spirito creatore.

Testo estratto da Confidenze, Italo Toscani, Roma, 1943. – Luca D’Annunzio.

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