Gemma Bellincioni:

Cavalleria rusticana

Tornati in Europa, cominciarono le stagioni attraverso i più grandi teatri, sempre a fianco del mio illustre compagno e maestro, e, modestia a parte, posso accertare che camminavo anch’io  di trionfo in trionfo. Edoardo Sonzogno, mecenate dell’arte a quell’epoca, gestiva per suo conto il teatro Argentina di Roma, stagione di Carnevale. Fummo scritturati per cantarvi Ebrea di Halévy, Lohengrin di Wagner e Gioconda di Ponchielli, che segnò per me uno dei più belli fra i successi della mia carriera. Finita la stagione, Sonzogno offrì a Stagno un nuovo contratto per la primavera, Si trattava di eseguire tre opere in un atto del Concorso che egli aveva indetto, a che già, scelte dalla Commissione, erano pronte per essere eseguite.

Labilia di Spinelli, Rudello di Ferroni, Cavalleria Rusticana di Mascagni. Tre nomi completamente sconosciuti, tre opere di molto dubbio successo, trattandosi di primi saggi giovanili;… insomma niente di prendersi la briga di perder tempo a studiare opere nuove. Ma Sonzogno fece comprendere a Stagno quale appoggio morale sarebbe stato per i giovani autori la nostra interpretazione, e allora egli, ch’era una vera anima di artista, non esitò un momento accettando l’ardua impresa, dato che allora ancora nulla si sapeva sul merito delle tre opere premiate. In attesa di questa stagione, che doveva cominciare solo in aprile, si partì per Napoli, dove eravamo scritturati per recite straordinarie di Ugonotti al San Carlo. Arrivarono da Milano le due prime partiture da studiare: Labilia e Rudello. Ma l’impressione di Stagno fu poco favorevole alla due opere, e cominciò a diventare impaziente… “Abbiamo fatto un bel guaio, mia cara, prendendo simili gatte da pelare…”, mi diceva, mentre andava su e giù per il salotto, masticando il suo “avana” fra i denti. “… se la terza è dello stesso genere, valeva la pena di fare il Concorso?…” Ma finalmente giunse anche la partitura di Cavalleria Rusticana… e le cose cambiarono aspetto. Stagno cominciò ad avere dei sorrisetti di compiacenza quando la frase fluida e dolce della sua prima strofa “ …O Lola che hai di latte la cammisa”, ecc. gli solleticava l’orecchio. “…Senti… senti… (diceva).., questa è pura musica italiana… respiro… e comincio a vedere un poco di luce nel cielo bigio del Concorso…” e canticchiava a mezza voce la frase, e la ripeteva con diverse tecniche di fiati, e a poco a poco quel brano acquistò  tutta la freschezza di un mattino di maggio raggiante di sole, modulato dalle sue note vibranti di passione. Il malumore si dissipò per incanto, e l’”avana” si consumava sul pianoforte spegnendosi dimenticato dal Divo, tutto assorto nella passione dello studio. E Cavalleria diventò per noi una passione veramente, poiché passavamo ore intere al pianoforte cantando con ardore le nostre parti; e le frasi del grande duetto destavano già l’ammirazione di quei pochi amici (gli eletti) che potevano assistere alle nostre ore di studio. Verso i primi di aprile si ritornò a Roma, per cominciare le prove. Leopoldo Mugnone, l’illustre direttore d’orchestra scelto da Sonzogno per compire la sua opera munifica di mecenate, per dirigere le opere del Concorso, divideva con noi tutte le più rosse speranze, riguardo al successo di Cavalleria Rusticana, e il giovine Maestro di Cerignola, era atteso con impazienza da tutti. Si cominciò intanto con Labilia di Spinelli, opera che aveva pure indiscutibili pregi, ma fiacca e priva di quel sincero soffio d’ispirazione capace di sollevare le folle. Poi venne la volta del Rudello del maestro Ferroni, insegnante, allora, contrappunto al Conservatorio di Milano, lavoro che rivelava una sicura tecnica dell’istrumentazione ed un musicista distintissimo, ma troppo astruso, troppo schiavo della teoria a danno della sincerità dell’ispirazione. Infine queste due opere lasciarono il tempo che avevano trovato, senza entusiasmo e senza biasimo. Finalmente cominciarono le prove di Cavalleria Rusticana, l’ultima delle opere che doveva essere rappresentata. Eravamo in un sala del Costanzi una mattina, Mugnone al piano, io e Stagno cantando e discutendo sulla tessitura crudele che ci obbligava a sforzi titanici di voce (il grande duetto era scritto in origine mezzo tono sopra di come si eseguisce ora), l’uscio si apre e comparisce Mascagni, venuto direttamente da Cerignola, alla sala di prova, come affermò appena entrato. Ricordo il grosso ciuffo ribelle che usciva da un tubino che non brillava certo per essere di ultimo modello, mostrando senza dolersene le lustrature della spazzola che doveva averlo accarezzato innumerevoli volte, sino a ridurlo quasi senza più pelo;…e un ombrello … e un paletot piegato sul braccio… un sorriso quasi timido (timido lui!… ma a quell’epoca!…) e un guardare in giro trasognato… e un salutare contrito più da sagrestano di provincia, che da genio musicale! Non me ne voglia a male l’illustre Maestro se scrivo queste mie impressioni sincere sul nostro primo incontro, tanto più che tutta quella apparenza e tutto quell’assieme strano, non erano che dell’arte, della più bella e geniale arte, poichè il Maestro fino da quel giorno giuocava il suo giuoco da uomo superintelligente, e ricordo come, a poco a poco, egli si rivelasse con una verve tutta toscana e una parlantina leggera e spumeggiante come il suo “brindisi”, raccontandoci, durante le prove d’orchestra, tutte le lotte del povero Maestrino di banda Cerignolese (che era lui) per difendere il suo tubino dal getto di bucce di arancia con le quali era preso di mira dall’ingrato popolo di Cerignola, che si mostrava ostile al suo genio artistico… e tutto questo gestito e modulato con tale arte che avrebbe potuto invidiargli il migliore fra gli attori della scena, creandosi intorno un’aureola di simpatia sincera, per il suo genio, e quella semplicità bon enfant che l’accompagnava. E le prove continuavano, delineando già il successo. Il supercritico di allora, D’Arcais, vi assisteva mostrando il più vivo interesse per il giovane maestro; in tutti era una febbre di aspettativa, un desiderio di trionfo che Mascagni certo non può aver dimenticato, anche attraverso gli anni trascorsi. Mugnone si dava tutto alla concertazione, bestemmiando, strillando, traspirando come un energumeno, ma quando prendeva fiato, aveva dei sorrisi di gioia soddisfatta, e gli occhietti neri brillavano allegramente. Cavalleria Rusticana aveva il più grande suo pregio in quella spontaneità geniale, quasi ingenua, sorgente pura scaturita fra rocce gregge, senza ritocchi e senza preparativi… Per esempio, il duetto fra Alfio e Santuzza era scritto sopra le parole: “Turiddu mi tolse l’onore e vostra moglie lui toglieva a me!…” come si comprende era un poco troppo lunga la frase musicale per continuare ripetendo le stesse parole,… io non sapevo a quale santo votarmi, e lo feci osservare a Mascagni e a Mugnone che ne convennero… Certamente se Cavalleria Rusticana fosse nata oggi, avrebbero ricorso per lo meno a Gabriele D’Annunzio per quelle due parole, ma allora… era altra cosa (come dice Don Bartolo)… non vi era tempo da perdere… eravamo alla penultima prova di orchestra… come fare?… Il buttafuori, poeta a tempo perso, genio sconosciuto… (non ricordo il suo nome) si offre a compiere la bisogna… e i versi Per la vergogna miapel mio dolore… ecc., sono aggiunti con grande soddisfazione di tutti, e il duetto è completo nell’espressione meravigliosa e dolorante nelle note che il genio di Mascagni vi aveva già trasfuso nella frase musicale! Intanto Mugnone provava e riprovava lo splendido intermezzo, che Mascagni aveva scritto per dar tempo al coro di sortir dalla chiesa dopo il duetto fra Santuzza e Alfio. L’onda melodica si diffondeva per il Costanzi con una solennità quasi religiosa. Mugnone stringeva le mascelle fino a dare alla sua fisonomia quell’espressione di sofferenza spasmodica che lo hanno sempre caratterizzato ogni qual volta la frase si spandeva, assurgendo in dolorosa espressione; gli archi davano voci vibranti nel crescendo della frase… Mugnone quasi ruggiva per sostenerne il crescendo magnifico,… quando ad un tratto la voce nasale del buttafuori strilla.. “Via ragazzi, entrate in scena per Dio… il preludio sta per finire…” Tableau!. Vedo ancora il viso di Mugnone assumere un ‘espressione quasi feroce… mentre la bacchetta resta un momento sospesa in aria, come se il braccio del Maestro fosse diventato pietra, causando grande sgomento in tutti… poi le mascelle sembrano descrivere un arco sotto la pressione dei denti che si stringono come a stritolarsi, e un urlo formidabile, seguito da mezza dozzina di moccoli poco parlamentari, ma che rinchiudevano tutta l’espressione italica del genere, escono dalla gola del Maestro, che con le braccia protese verso quel disgraziato buttafuori, sbalordito e tremante, sembra volerlo inghiottire, attirarlo sino allo sgabello direttoriale, per polverizzarlo come nei films a serie americana! “Non voglio nessuno in scena prima delle fine del preludio… capite?¡…eeeee! Via…aaaaa…,” e giù altra valanga di napoletanissimi moccoli, questa volta sussurrati in sordina. Il preludio ricomincia e finisce senza interventi importuni, e alla fine un’ovazione formidabile scoppia sul palcoscenico, e tutti i presenti comprendono come il Maestro avesse ragione di non voler togliere al pubblico il raccoglimento necessario a gustare la splendida pagina musicale. Dopo la prova, Mascagni decise di improvvisare un coretto per l’uscita delle masse dalla chiesa primi del brindisi di Turiddu. Si ricorse al buttafuori poeta, e Mascagni scrisse la stessa sera le poche note fresche e deliziose… “A casa… a casa amici, dove ci attendono le nostre spose… andiam!…” e i versi non potrebbero essere più campestri e primitivi, tanto più pensando che… le nostre spose (che sono le coriste) escono invece di chiesa con i loro sposi (che sono poi i coriste maschi)!… Ma tutto questo prova come una vera manifestazione geniale possa vivere di vita propria, vincendo tutte le astruserie torturate attraverso la fredda meccanica del calcolo e del ragionamento… la genialità sboccia come un fiore e spande intorno il suo profumo… e così fu di Cavalleria, che resterà una fra le gemme più pure del repertorio italiano!

Alla prima rappresentazione tutti eravamo animati di fede, e preparati con ardore alla battaglia; il teatro non era gremito, tolta quella parte di pubblico che si interessava specialmente alle cose teatrali, compresi critici e artisti, la massa del pubblico romano non aveva molta fiducia nelle opere del Concorso, tanto più che le prime due non lo avevano incoraggiato a correre al Costanzi; e già si cominciava a mormorare della necessità di una Traviata, dicendo, un buon romanesco… che io e Stagno eravamo sprecati in quelle musichette!… Come descrivere quella serata?… come rendere l’evidenza di quel trionfo memorabile?… Ricordo solo che, dopo il grande duetto con Turiddu, l’ovazione formidabile che ne seguì, fu tale, che pure avvezza agli entusiasmi del pubblico, rimasi un momento sbalordita, sentendo come una marea salire intorno a me, nella manifestazione di un enorme trionfo!… e quanto con Stagno e con Mascagni (che si lasciava quasi trascinare soffocato dall’emozione) ci avanzammo alla ribalta, fu tutto un grido che ci accolse… grido di tutto un pubblico in delirio, che pazzo di gioia salutava nel giovine Maestro un nuovo astro, della più pura arte italiana che trionfava completa nel connubio della musica dell’esecuzione.

Da quella sera il teatro ad ogni rappresentazione fu preso d’assalto, e facevano la fila dalle prime ore del mattino per assicurarsi un posto, e il Costanzi gremito, magnifico di un pubblico entusiasta, consacrò durante sedici sere, il trionfo completo di Cavalleria e de’ suoi interpreti.

Livorno, patria del neo Divo Maestro, volle essere la seconda città d’Italia a festeggiare il suo illustre cittadino. Un Comitato di signori si organizzò e le recite al Goldoni furono decise. Eravamo in riposo a Napoli, nella splendida villa che Stagno aveva a Mergellina, trasformata del grande artista in vero palazzo incantato, per eleganza e raccolta di cose belle e preziose, e dove il Divo riceveva e ospitava con signorilità i suoi amici. Una Commissione venne espressamente da Livorno per stipulare il nostro contratto e verso i primi di agosto si partì per cominciare le prove già iniziate da Mugnone. Mascagni non c’era ancora, il Maestro pellegrinava attraverso l’Italia il suo trionfo, accompagnandosi al suo editore, quel caro e buon signor Edoardo che lo guastava già come un bimbo, secondando tutti i suoi capricci che erano già molti. Mascagni giunse solo alla vigilia della prima recita… Numi!… com’era lontano il sagrestanello di Cerignola, dal bel giovine (Mascagni era allora un bel giovane… e lo sapeva… (non me ne voglia male il Maestro). Aitante nella persona… un costume grigio ferro fiammante e calzante sulla figura slanciata come un guanto,… il ciuffo sempre ribelle, ma reso morbido dalle acque più in voga sparse con arte sulla chioma lucente dal miglior Léonard livornese,… e su quella chioma posato un cappello alla moschettiera che dava al Maestro un’aria da conquistatore.

Mascagni dominava, gridava, era impaziente, facendo pensare al secondo atto del Don Pasquale, quando il vecchio babbeo domanda al dottore se Norina… è un’altra?… era così infatti. Mascagni come crisalide, era uscito dal guscio di Cerignola, e ora spandeva intorno a lui la luce di un’aureola conquistata con tale violenza come non esiste altro esempio nella storia dell’arte musicale;… e gli amici devoti al Maestro, (e ne aveva davvero, come Guido Cave e Corrado Padoa) avevano occhi d’apostolo per il loro Divo, sopportando con santa rassegnazione i nervi del Maestro, eccitabili allora come quelli di una bella signora isterica.

Inutile descrivere il successo di Cavalleria anche a Livorno. Furono recite trionfali; ogni sera il teatro rigurgitava di spettatori,… treni espressi venivano dalla provincia, banchetti, luminarie, feste in onore del Maestro, ecc. E un fatto forse più unico che raro nelle cronache teatrali, fu quello di una rappresentazione dovuta sospendere… per troppo pubblico. I prezzi erano alti per quell’epoca, 25 lire le poltrone, 100 lire i palchi; quindi non potevano essere all’unisono con le tasche di tutta la popolazione livornese che ardeva dal desiderio di udire Cavalleria. Il Comune, di accordo con il Comitato dell’Impresa, decise di dare un’unica rappresentazione a prezzi popolari, onde soddisfare il giusto desiderio della popolazione;… ma i bagarini (molto in voga allora), con un colpo di mano audace, comprarono tutto il teatro il giorno prima, in modo che quando il pubblico si presentò allo sportello per prendere i posti, aveva la sola consolazione di leggere il “tutto esaurito”, mentre fuori teatro i bagarini offrivano i posti, ma a prezzi triplicati di quelli ch’erano sul cartello. Successe un putiferio… i livornesi non sono facili a lasciarsi gabbare;… compresero il tiro birbone degli speculatori e cominciarono a strepitare, a urlare, rompere vetri, minacciando di buoni cazzotti toscani i poveri componenti il Comitato dell’Impresa… Dovette correre la forza pubblica per calmare gli animi esasperati, e la rappresentazione venne sospesa. Il giorno seguente, i biglietti non si potevano acquistare che al botteghino del teatro, presenti le guardie. Tale l’entusiasmo di quelle recite memorabili, finite le quali l’incanto della collina di Montenero ci attrasse talmente, che rinunciammo a tornare al palazzo di Napoli, andando ad abitare una deliziosa villa presso Montenero, una villa calma e tutta ridente, dove il cinguettare della nostra Bianchina si mischiava a quello degli uccelletti fra il verde dei rami e il profumo dei fiori!

Testo estratto di Io e il palcoscenico di Gemma Bellincioni, Milano, 1920.

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