Gemma Bellincioni:

la Saffo di Jules Massenet

Ogni volta che Edoardo Sonzogno aveva un’opera de lanciare ero io l’artista che egli prediligeva per farne la creazione. Mi scrisse proponendomi delle recite al Lirico della Saffo di Massenet, che si doveva dare in Italia per la prima volta, dopo il successo all’Opéra Comique di Parigi con Emma calvé protagonista. La parte di Fanny Legrand mi appassionò subito;… viva, palpitante di unità, era il mio genere, e la studiai con passione. Quando mi recai alle prime prove vi trovai anche il Maestro, che vedevo per la prima volta. Massenet possedeva una chioma spiovente già grigia… occhi di un colore metallico, pieni di luce, irrequieti… sorrideva sempre, abbracciava tutti, aveva parole di lode, di riconoscenza anche per il suggeritore e per i pompieri… 

Col mio carattere sempre restìo a illudersi sulla sincerità degli sproloqui lodativi da teatro, confesso, mi sconcertai di fronte a tutta la valanga di parole che l’illustre Maestro mi sciorinò senza prender fiato appena mi vide… “Quelle fisique du rôle… Chère Sonzogno, vous étes un magicien!… quelle reconatssance je vous doit… une telle protagoniste!…” e lí abbracci e strette… Rimasti interdetta perchè ancora non conoscevo il carattere buono, ma esuberante, dell’illustre Maestro per il quale sentivo infinita ammirazione, avendo sempre cantato la sua Manon e il suo Werther con vero trasporto. Alle prime prove de piano, Massenet, abituato all’arte francese, così composta e combinata a pose studiate su i piani del régisseur (meno rare eccezioni), non riusciva a capire quello che io avrei potuto rendere realmente, sentendomi solo accennare la mia parte. Io ho sempre avuto bisogno della scena per fondere il canto al personaggio… allora tutto mi veniva sincero. Ma freddamente seduta vicino al Maestro, non ero mai sicura di quello che sarebbe risultato della mia interpretazione, tanto più che ci tenevo a curare la parte meccanica del canto, onde possederla completamente, come un istrumento che poi obbedisse alla mia volontà senza preoccuparmi di lui a detrimento della creazione complessa del personaggio. Più di una volta avevo visto il Maestro avvicinare Sonzogno e parlargli piano e in modo tale che a me non sfuggì il suo giudizio che doveva essere poco lusinghiero a mio riguardo!… Ma vedo ancora il sorrisetto convinto del sor Edoardo che rispondeva senza scomporsi… “Le lasci fare Maestro… vedrà… vedrà in seguito…” e Massenet sospirava… e attendeva. E attendevo anch’io il momento di sentirmi e di rivelare a me stessa quello che avevo concepito attraverso l’anima passionale della Modella innamorata! Nella parte di Giani Goussin (tenore) avevo a compagno Delmas, dell’Opéra Comique di Parigi, venuto espressamente a Milano per volontà del Maestro. Delmas era uno squisito artista; la sua sensibilità intuì subito la spontaneità dell’arte italiana, e presto si modellò, lasciando tutto quello che di enfatico e di troppo voluto vi è sempre attraverso anche le migliori interpretazioni del teatro francese. E venne finalmente le sera della prima prova sul palcoscenico. Massenet arrivò al principio del terzo atto, durante l’ammirabile scena fra la madre di Giani e fanny Legrand, che viene scacciata perchè contamina con la sua presenza il focolare della famiglia!… Io cantavo e agivo… l’anima sgorgava sincera nelle note… io sentivo ma non vedevo nessuno intorno a me… ho sempre avuto la strana sensazione di uscire della falsità rappresentativa, ogni qual volta sentivo la mia anima fondersi in quella del personaggio che interpretavo! Finita la scena, commossa e vibrante ancora nella tensione di tutti i miei nervi, udii intorno a me scoppiare un’ovazione da tutti gli artisti e le persone che mi circondavano… solo Massenet era rimasto seduto… la testa fra le mani, appoggiato al tavolo… Cosa strana!… lui, tanto irruente nelle sue manifestazioni… tanto  facile all’entusiasmo… era il solo che non avesse preso parte all’applauso… restando immobile?… Allora Sonzogno commosso egli pure, si avvicinò al Maestro… Massenet piangeva… piangeva con sincera emozione… e quando si alzò, venne a me… e stringendomi le mani mi disse… “Dieu vous benisse!… chère grande artiste!…” Non è falso orgoglio il mio di ripetere qui queste parole… poichè parole, dette dall’illustre Maestro sono un premio che qualunque artista può considerare come un legato di gloria al quale è umano non rinunziarvi!… Alla prima (trionfale rappresentazione) il Maestro mi abbracciò con entusiasmo innanzi a tutto il pubblico.

Testo estratto di Io e il palcoscenico di Gemma Bellincioni, Milano, 1920.

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