Giuseppe Verdi:

torniamo all’antico: sarà un progresso

 

Car. Florimo, 

Se vi ha qualche cosa che possa lusingare il mio amor proprio, si è quest’invito a Direttore del Conservatorio di Napoli che, per mezzo vostro, m’inviano i Maestri dello stesso Conservatorio ed i tanti musicisti della vostra città. È ben doloroso per me non poter rispondere, come io desidererei, a questa fiducia; ma colle mie occupazioni, colle mie abitudini, coll’amor mio alla vita independente, mi sarebbe impossibile di sobbarcarmi ad un impegno così grave. Voi mi direte: “E l’arte?” _ Sta bene; ma io ho fatto quanto ho potuto, e se di tratto in tratto posso fare qualche cosa, bisogna che io sia libero da qualunque altra preoccupazione. Se ciò non fosse, immaginate s’io non sarei fiero di occupare quel posto dove sedettero fondatori di una scuola A. Scarlatti, e poscia Durante e Leo.

Mi sarei fatto una gloria di esercitare gli alunni a quei studj gravi e severi, e in un così chiari, di quei primi padri. Avrei voluto porre, per così dire, un piede sul passato e l’altro sul presente e sull’avvenire (chè a me non fa paura la musica dell’avvenire); avrei detto ai giovani alunni: “Esercitatevi nella Fuga costantemente, tenacemente, fino alla sazietà, e fino a che la mano sia divenuta franca e forte a piegar la nota al voler vostro. Imparerete così a comporre con sicurezza, a disporre bene le parti ed a modulare senz’affettazione. Studiate Palestrina e pochi altri suoi coetanei. Saltate dopo a Marcello e fermate specialmente la vostra attenzione sui recitativi. _ Assistete a poche rappresentazioni delle Opere moderne, senza lasciarvi affascinare nè dalle molte bellezze armoniche ed istromentali nè dall’accordo di settima diminuita, scoglio e rifugio di tutti noi che non sappiamo comporre quattro battute senza una mezza dozzina di queste settime.”

Fatti questi studj, uniti a larga cultura letteraria, direi infine ai giovani: “Ora mettete una mano sul cuore; scrivete, e (ammessa l’organizzazione artistica) sarete compositori. In ogni modo non aumenterete la turba degli imitatori e degli ammalati dell’epoca nostra, che cercano, cercano, e (facendo talvolta bene) non trovano mai. Nell’insegnamento di canto avrei voluto pure gli studj antichi, uniti alla declamazione moderna.”

Per mettere in pratica queste poche massime, facili in apparenza, bisognerebbe sorvegliare l’insegnamento con tanta assiduità, che sarebbero pochi, per così dire, i dodici mesi dell’anno. Io, che ho casa, interessi, fortuna… tutto, tutto quì, lo domando a voi stesso: Come potrei io farlo? 

Vogliate dunque, mio caro Florimo, essere interprete del mio grandissimo dispiacere presso i vostri colleghi ed i tanti musicisti della vostra bella Napoli, se io non posso accettare quest’invito tanto onorevole per me. Auguro troviate un uomo dotto sopratutto e severo negli studj. Le licenze e gli errori di contrappunto si possono ammettere e son belli talvolta in teatro: in Conservatorio, no. Torniamo all’antico: sarà un progresso.

Addio, addio. Credetemi sempre Vos. 

Genova, 4 Gennajo 1871

Testo estratto da I copialettere di Giuseppe Verdi , Gaetano Cesari e Alessandro Luzio, Milano, 1913.

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