Riflessioni sull'arte del canto

Gustavo Magrini:

La respirazione nel canto

La base fondamentale del canto (lo dico qui, e lo ripeterò nel corso di questo lavoro tutte le volte che mi verrà a proposito) è sempre stata, fino dall’antica scuola di canto italiana, la respirazione. Se, fin dall’inizio dello studio del canto, non sarà scrupolosamente curata, i risultati che si otterranno saranno sempre deficienti; intendiamoci però: curata in modo pratico e razionale e non soltanto con teorie improprie e difficili.

Gran parte degli inconvenienti che sorgono quando uno scolaro comincia a cantare con le parole, non escluso per ultimo la perdita della voce, vanno attribuiti alla cattiva respirazione. Una respirazione cattiva comporta sempre uno sforzo non naturale, e nelle funzioni del nostro corpo tutto quello che non è naturale è dannoso.

Abbiamo già detto, parlando della voce, come nell’espirazione non si deve fare alcuno sforzo, e come, per una buona emissione vocale, sia necessario adoperare tutta l’aria somministrata dai polmoni, sia poca, sia molta, a seconda dei casi e delle note, o gruppi di queste, più o meno lunghi da eseguirsi, e trasformarla poi nella laringe in colonna sonora; ma tutto ciò dipenderà dalla maniera con cui sarà stata fatta l’inspirazione: si potrà impiegare, trattenere, o spingere fuori l’aria, più o meno facilmente, a seconda del modo con cui essa sarà immessa nell’apparecchio respiratorio.

La respirazione comprende dunque due movimenti: l’inspirazione, durante la quale l’aria esterna penetra nei polmoni, che funzionano a guisa di mantici e si dilatano; l’espirazione, durante la quale l’aria è cacciata dai polmoni che conseguentemente si restringono.

Ora, la espressione esterna della meccanica respiratoria è diversa non solo in rapporto al sesso ma ancora all’età ed alle professioni, per cui fu sentita la necessità di distinguere i tipi, i quali sarebbero: clavicolare o superiore, costale o laterale, diaframmatica o addominale. A questi se ne potrebbe aggiungere un quarto: il misto.

Tipo clavicolare. Facendo un respiro intero con questa respirazione si obbligheranno i polmoni a dilatarsi maggiormente nella loro parte superiore, mentre le altre parti raccoglieranno l’aria in modo irregolare, insufficiente. La respirazione clavicolare è in generale faticosa e dà l’impresione di sentirsi sempre mancare il fiato, non solo per il fatto che questa respirazione è contraria alla naturale azione fisiologica dei polmoni, ma perché rende molto accentuata l’azione delle coste nelle parti alte del petto, obbligando a lor volta ad entrare in campo muscoli più rigidi non abituati a funzionare comunemente, a rialzare le clavicole e in conseguenza le spalle. Si verifica questa forma di respirazione quando lavorando si sporga innanzi il petto inclinandolo e pigliando punto d’appoggio sui gomiti; il muscolo diaframma sarà allora molto impedito nelle sue contrazioni ed in compenso la respirazione verrà compiuta dalle parti alte dei polmoni (scritturali, sarti, calzolai).

Tipo costale. Senza eccezione è il tipo di respirazione caratteristico e proprio della donna. Facendo un respiro intero con questa respirazione, i polmoni si dilateranno maggiormente al centro, perché le coste che si stendono e si allargano, e il petto che si protrae all’infuori, producono una considerevole espansione toracica. L’uomo può acquistare questa respirazione per ragioni di professione e precisamente quando, per certe occupazioni, prende punto fisso sulle spalle (facchini).

Tipo diaframmatico. È il tipo di respirazione proprio e caratteristico dell’uomo. Facendo un respiro intero con questa respirazione, il diaframma si abbasserà, la parte inferiore del torace tenderà a dilatarsi e ad aumentare il suo diametro, e la parete addominale anteriore si spingerà al quanto all’innanzi. I polmoni a lor volta si dilateranno maggiormente alla loro base e in conseguenza potranno capire una quantità d’aria maggiore di quanta non ne contengano cogli altri tipi di respirazione, e nello stesso tempo in modo regolare e proporzionato, raccogliendosene maggior quantità dove la capacità polmonare è maggiore.

Tipo misto. Facendo un respiro intero con questa respirazione, si otterrà tanta parte di espansione respiratoria alla base dei polmoni, quanta al loro centro. In altri termini è la respirazione costale unita alla diaframmatica. È un tipo di respirazione propria dell’uomo e che si fa generalmente stando seduti.

Potremo dunque affermare che nella vita normale abituale dove non entrano in campo speciali circostanze o ragioni particolari causate da certe professioni, l’uomo impiega la respirazione diaframmatica e la donna la costale.

Questi sono i due tipi di respirazione che io riassumo in uno solo chiamandolo «respirazione buona» e che senza eccezione, in qualunque caso, tanto facendo il respiro intero quanto il mezzo respiro, devono essere impiegati nel canto, rispettivamente dall’uomo e dalla donna. Resta escluso in via assoluta, qualunque altro tipo di respirazione, perché irregolare, cattivo e dannoso.

La respirazione che si deve impiegare nel canto non presenta difficoltà di sorta, perché non è il prodotto di speciali posizioni date al nostro corpo e non è artificiale; essa è semplice e naturale: è la stessa che noi facciamo nella vita normale, soltanto è più accentuata o pronunciata. Infatti durante un lavoro intellettuale i polmoni non si dilateranno per intero ma in piccola parte soltanto; nell’arte oratoria, declamando e in generale nel parlare ad alta voce, essi si dilateranno maggiormente e l’azione di tutto l’apparecchio respiratorio sarà maggiore; nel canto poi il processo fisiologico della respirazione raggiungerà il suo massimo sviluppo e tutti i muscoli dell’apparecchio respiratorio saranno impegnati in un’azione più energica.

Considerando che con la respirazione diaframmatica i polmoni si riempiono di una quantità maggiore di aria che non con la costale, si dovrebbe dedurre che nel canto la donna si trova in condizioni di inferiorità; ma questo non avviene, perché la donna, pure avendo una capacità polmonare inferiore all’uomo, può sostenere le note quanto l’uomo, inoltre essa può fare in breve spazio di tempo una quantità di note molto superiore all’uomo. La ragione di ciò sta nel fatto che la donna ha la laringe più piccola dell’uomo, e le corde vocali più flessibili; ora occorrerà una quantità d’aria minore alla donna per mettere in vibrazione le corde vocali e produrre un suono alto, di quella che non è necessaria all’uomo per produrre un suono basso.

Per acquistare l’abitudine di una buona respirazione (s’intende col respiro intero, essendo questo adoperato da tutti gli esercizi di emissione vocale) conviene anzitutto evitare la rigidità di qualsiasi parte del corpo, e tutti i movimenti che richiedono uno sforzo. Ciò sarà da osservare e nell’atteggiamento della persona, che ho descritto, e in quello particolare dell’organo vocale; qualunque nota, per quanto bella, se emessa con sforzo perderà tutto il suo pregio.

Sarà molto opportuno che lo scolaro, per rendersi esatta ragione dei movimenti interni del suo apparecchio respiratorio, si studi e faccia le respirazioni buone nella posizione da coricato supino.

Nell’emissione vocale, come dirò più avanti, la volontà del cantante influisce sul suono e stabilisce le posizioni della laringe, indirettamente, per mezzo del controllo dell’udito, mentre nella respirazione si può agire sui muscoli dell’apparecchio respiratorio direttamente, con conscia volontà.

Respirando da coricati (preferibilmente svestiti, per evitare qualunque compressione al torace e all’addome) sarà quasi impossibile alzare le spalle, fare sforzi, e in conseguenza respirazioni anormali. Si procurerà in seguito di fare la stessa respirazione da ritti, cercando di non alzare le spalle, di non protrarre l’addome all’infuori, sopratutto evitando il minimo sforzo: la buona respirazione non deve portare nessuna fatica. Nelle donne che portano eventualmente il busto, il quale si oppone alla dilatazione del torace e impedisce alle coste di allargarsi, la respirazione buona può riuscire difficile e penosa; non è mai dunque abbastanza raccomandato di tenere il busto alquanto comodo e non stretto.

Non converrà fare subito i respiri interi o profondi, esagerando pure l’azione del diaframma o delle coste; in questa guisa si affaticherà l’apparecchio respiratorio con tutte le probabilità di ottenere un effetto opposto a quello voluto. Il respiro intero si otterrà gradatamente, e dopo ottenuto si dovrà alternarlo con respiri più breve. Facendo continuamente e per un dato tempo respiri profondi, si sentirà stanchezza prodotta dalla fatica, perché questo fatto non è naturale; anche nel canto, benché cantare sia naturale, una serie di lunghe frasi da sostenersi porteranno sempre stanchezza e sforzo.

La quantità di fiato che si prende cantando non è sempre uguale, bensì proporzionata alle note che si devono eseguire e subordinata tanto alle leggi del fraseggiare quanto ai sentimenti che si devono esprimere; perciò, nell’abituarsi alla buona respirazione, si deve tener calcolo di tutto ciò, e facendo una serie di respiri interi, (quali convengono nello studio dell’emissione vocale, per abituarsi appunto a sostenere il suono) fra uno e l’altro si dovrà prendere un breve riposo di alcuni minuti secondi. In questo modo si eviterà stanchezza e sforzo, l’apparecchio respiratorio funzionerà sempre meglio e nello stesso tempo si svilupperà, potendo capire una quantità d’aria maggiore.

Io non credo sia cosa buona ed utile, come vien consigliato da molti fisiologi e pedagoghi, l’uso di certi esercizi strani e anormali quali p. es. inspirare l’aria lentamente e poi abbandonare tutti i muscoli a se stessi in modo che l’aria venga espirata in fretta e tutta in una volta, oppure l’esercizio contrario. Tutto ciò prima di tutto può procurare allo scolaro, già abbastanza preoccupato nei principi, inutili difficoltà e confonderlo, e poi può irrigidire gli stessi muscoli dell’apparecchio respiratorio, anziché dar loro elasticità.

Il migliore sistema per apprendere la buona respirazione sarà quello di respirare tranquillamente, assecondando in certo qual modo i movimenti del diaframma, del torace e dei polmoni; come abbiamo detto, prima nella posizione da coricati, poi ritti e infine camminando. Il passaggio dell’aria, così nell’inspirazione come nell’espirazione, non dovrà essere né ritardato né affrettato, ma fatto in modo naturale, come può comportare il fisico di chi canta.

Nelle respirazioni lunghe (e così pure negli esercizi di emissione vocale, quando si faranno in seguito) l’inspirazione sarà fatta da principio soltanto dalle narici; nel canto però si potrà inspirare parte dell’aria anche dalla bocca, essendo impossibile inspirare sempre soltanto dalle narici e nello stesso tempo dannoso inspirare sempre dalla bocca. L’inspirazione fatta dalle narici ha il vantaggio che impedisce alla gola di divenire secca, e questa circostanza non va dimenticata nel canto, perché nell’emettere la voce, le mucose tutte dell’organo vocale si riscaldano e restano congestionate: l’improvviso contatto coll’aria esterna può perciò velare la voce.

Dopo d’essersi abituati ad una buona respirazione, procurando pure che sia silenziosa, senza alcuno di quei rumori che può produrre l’aria passando dalle fosse nasali o dalla laringe, come esercizi preparatori all’emissione vocale, saranno molto efficaci i seguenti:

«Appena effettuata l’inspirazione profonda, trattenere l’aria da 5 a 10 secondi, senza chiudere la glottide; contemporaneamente abbassare la radice della lingua e spingere all’indietro il velo palatino: in altri termini, atteggiare la gola circa come se si dovesse fare un gargarismo. La lingua dovrà trovarsi nella sua posizione naturale, cioè orizzontale e con la punta appoggiata leggermente ai denti incisivi inferiori. La bocca si aprirà per il solo movimento che farà la mascella inferiore abbassandosi, e la sua apertura, che deve essere di forma ovale, sarà diversa a seconda della conformazione nei vari individui. Senza aprirla esageratamente, si tenga presente che non si canta né a bocca chiusa né a denti stretti; il minimo della distanza che deve trovarsi fra i denti incisivi superiori e quelli inferiori, sarà di due centimetri circa. Seguirà quindi il movimento dell’espirazione che sarà tranquillo come quello dell’inspirazione».

«Lo stesso esercizio si farà chiudendo in seguito la glottide dopo fatta l’inspirazione, e nell’espirazione si accosteranno molto le corde vocali facendo sentire un leggero H e si procurerà nello stesso tempo di evitare qualsiasi scossa o pressione: l’espirazione deve essere lenta, tranquilla, uguale e senza sussulti».

«Il tempo impiegato in questi esercizi nel trattenere l’aria, sarà gradatamente aumentato fino a 30 secondi, al massimo; sarà sufficiente raggiungere questo limite per far acquistare ai polmoni maggior capacità ed ai muscoli dell’apparecchio respiratorio la necessaria elasticità; il superarlo potrebbe generare dello sforzo ed essere dannoso».

«In seguito si farà la respirazione senza trattenere l’aria; al movimento ordinario dell’inspirazione profonda succederà quello di espirazione fatto molto lentamente e con la massima uguaglianza; prima muto, poi con un leggero H ed infine con la vocale O, un po’ chiusa. Questo esercizio, molto adottato dai campioni della scuola antica di canto, ha dei pregi indiscutibili, perché rende la voce ferma, uguale e procura molta facilità nel sostenere le note lunghe».

«Non conviene cominciare lo studio dell’emissione vocale e relativa impostazione se prima con un buon esercizio di respirazione non si è ottenuto facilità di movimenti ed elasticità nei muscoli componenti l’apparecchio respiratorio non solo, ma una certa indipendenza dell’organo vocale stesso, preso nel suo complesso, dai movimenti della persona. All’uopo servirà il seguente esercizio da farsi tanto dopo l’inspirazione, trattenendo l’aria, quanto liberamente, non occupandosi di questa:

«Dopo di aver disposto la bocca, la lingua, la radice di questa e in una parola tutto l’organo vocale nella posizione voluta per l’emissione vocale, si manterrà questa posizione invariata, girando lentamente la testa da destra a sinistra e viceversa, poi alzandola e abbassandola».

Teoricamente, non esiste un limite per la durate della respirazione o, in altri termini, per la capacità e resistenza dei polmoni; vi sono persone che possono parlare o declamare per parecchio tempo di seguito, senza stancarsi, e altre che resistono molto meno; quelle che, pur avendo una costituzione fisica gracile e un torace stretto, possono sostenere le note più a lungo di altre, dotate di robusta costituzione fisica. Ciò naturalmente dipende da maggiore o minore sviluppo e da debolezza di certi muscoli rispetto ad altri ed in generale dalla costituzione dell’organo vocale.

Giova però ricordare che, anche nei casi meno favorevoli nei quali a tutta prima ogni tentativo può parere vano, l’esercizio lento, progressivo e costante produrrà sempre un buon effetto.

Le voci tremolanti, convulse, fiacche, quelle che non sostengono l’intonazione e tendono continuamente a calare; l’impressione che provano certi cantanti di sentirsi mancare il fiato e, credendo d’averlo corto e insufficiente lo ripigliano con ansia ad intervalli sempre più brevi, stringendo il tempo e facendo una fatica insopportabile; infine una serie di inconvenienti e di difetti che ordinariamente si attribuiscono alla costruzione dell’organo vocale, dipendono da mancanza di abitudine, fin da principio, ad una buona respirazione.

Non sarà mai dunque abbastanza raccomandata la cura e l’attenzione nei principi dello studio del canto; qui lo scolaro acquista le cattive o le buone abitudini, e tanto le une quanto le altre non si perdono così facilmente ed hanno importanza vitale: uno scolaro, che sappia respirar bene, ha in mano il segreto e la chiave per diventare un Artista.

Testo estratto da Arte e tecnica del canto, Gustavo Magrini, Milano, 1905. – Luca D’Annunzio.

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