Leone Giraldoni:

I difetti nella produzione del suono

È invalsa generalmente la idea che non si possono correggere i difetti della voce e che bisogna rispettarli quali sono, senza cercare a perturbarli con movimenti diversi di quelli che si manifestano naturalmente.

Io non divido tale opinione.

Certamente bisogna sapere riconoscere se un difetto è proveniente dalla conformazione organica individuale, oppure da un vizio acquistato. Nel primo caso sarebbe stoltezza prendere, cambiare o rettificare un organo difettoso per natura all’infuori dei limiti assegnati – all’azione della chirurgia – Ma nel caso di un vizio preso, sia per recente, sia per inveterata abitudine, io asserisco che tutti questi vizi acquistati possono rettificarsi interamente o modificarsi considerevolmente; poichè questi vizi provengono, non da una viziata conformazione organica, ma da movimenti falsi presi coll’abitudine.

L’orecchio, quasi sempre, è la prima causa dei vizi o delle qualità vocali che si acquistano sino dall’infanzia col dono che possiede ognuno della imitazione.

Tutti sappiamo che una famiglia d’individui sempre vissuti assieme acquista un timbro di voce quasi conforme a quello dei genitori. Come in ogni famiglia, in ogni agglomerazione di individui, si plasma un certo timbro generico di voce, che senza essere completamente conforme in ogni individuo, possiede un tipo che lo particolareggia. La lingua e gl’idiomi di tutte le popolazioni della terra generano abitudini di voce speciali, che gl’individui di ogni famiglia si appropriano inconsapevolmente per mezzo della imitazione, fino all’infanzia.

Così l’inglese, che porta tutti i suoni alla faringe, ne stringe inconsapevolmente le pareti, ciò che dà alla voce quel suono di gola particolare a quella nazione; l’inglese articola poco e quasi fra i denti; egli prova una grande difficoltà ad aprire la bocca per cantare non solo, ma anche per parlare. Ciò che prova che quel suono di gola dipende da abitudine presa con movimenti inconsapevoli e non da conformazione organica difettosa, egli è che noi non siamo inglesi, possiamo all’occorrenza imitarli perfettamente nei loro difetti, facendo gli stessi movimenti ch’essi fanno per abitudine, sola causa della difettosa emissione della loro voce. 

Così il francese, che porta generalmente la voce verso le fosse nasali per la quantità di dittonghi che possiede la sua lingua.

Si potrebbe, volendolo, trovare la regione delle qualità e dei difetti vocali inerenti all’indole di qualunque lingua ed idiomi, come delle differenze od affinità che possono avere coll’italiano; così pure sarebbe facile spiegare il perchè delle differenze di timbro esistenti tra il diletto romano e quello toscano, ecc., ecc.

Così ne concludo che per queste ragioni, è fattibile cambiare o modificare notevolmente una abitudine presa con la voce, fosse pure antica, purchè la natura del suono non provenga da un vizio organico.

Per arrivare ad ottenere un tale risultato, bisogna, anzi tutto, rendersi un conto esatto delle condizioni inerenti ad una buona emissione. Nell’arte del canto, come in tutte le belle arti, il bello, per relativo ch’esso sia, è sempre stato il risultato di un criterio proveniente da paragoni presi isolatamente nelle manifestazioni della natura; dico isolatamente, perchè difficilmente la natura stessa ci darà, per esempio, un corpo completamente bello, un viso perfetto, una voce tutta bella per qualità di timbro, estensione e volume. Non è che analizzandone e studiandone separatamente le eccezionali belleze, che possiamo ideare e rendere la complessiva perfezione.

Per la voce dunque, il bello perfetto comprenderà in sè stesso:

1º Qualità di timbro;

2º Estensione della scala ch’essa può percorrere;

3º Il volume e la sonorità.

Esamineremo a suo luogo quali sono le condizioni che concorrono ad ottenere la maggiore perfezione di ognuno di questi requisiti; dobbiamo però formarci un concetto dell’assieme di questo mirabile istrumento che si chiama Voce, istrumento col quale nessun altro è paragonabile, abbenchè egli abbia punti di contatto con la maggiore parte di essi.

Testo estratto da Compendium, Leone Giraldoni, Milano, 1889. – Luca D’Annunzio.

 

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