Riflessioni sull'arte del canto

Leone Giraldoni:

la lingua

La posizione della lingua ha una influenza speciale sul suono. Questo corpo elastico di natura deve nella emissione della voce, operare due movimenti simultanei, ma opposti l’uno all’altro.

Difatti, essendo la lingua un corpo molto elastico per natura e legato come si trova, alla parte superiore della laringe mediante una cartilagine che s’incastra alla glotta a guisa di bietta, essa deve seguire il movimento discendente della laringe allorquando questa emette il suono; ma ad evitare che la parte anteriore della lingua venga ad occludere la faringe (ciò che succederebbe se tutta quanta la lingua seguisse il movimento discendente della laringe e darebbe alla voce un suono disgustosissimo e strozzato), ecco come si opera: si porta la parte anteriore della lingua protraendola con franchezza in fuori, e per ottenere questo movimenta pienamente opposto all’altro, si appoggerà l’orlo della lingua contro la radice dei denti, imprimendole un movimento di curva leggera che molto facilita la ripercussione del suono sulla volta pa latina, lasciando nel medesimo tempo libera l’apertura della faringe per la emissione della voce.

Questi due movimenti opposti e simultanei della lingua, a priori sembrano di difficile esecuzione; ma questa volta pure la natura ci viene in aiuto, se vogliamo studiarla in un movimento fisiologico ben comune, movimento (cosa strana, ma vera) che racchiude in sé tutte le con dizioni che reputo necessarie alla perfetta emissione della voce, cioè: pressione dei diaframma, abbassamento della laringe, movimenti della lingua opposti tra essi ma simultanei. Questo atto fisiologico ce lo presenta la natura allor quando vuole liberare lo stomaco, col rigettare.

È strano, lo ripeto, che in un metodo che ha per scopo d’insegnare come si deve emettere la voce, io venga a toccare simili argomenti, indicandoli come esempi da studiare. Ma nel metodo di cui vado sviluppando la teoria, nulla mi vanto di avere inventato. Ho osservato attentamente la natura e sono felice che essa mi abbia indi cato dei movimenti fisiologici naturali, che mi aiutano ad indicare più agevolmente il modo di esperimentarli.

La difficoltà maggiore consiste in saperli imitare al punto di rendersi padroni dei movimenti ch’essa c’insegna, onde, mediante l’osservazione dei fenomeni coefficienti, formarsi una teoria sperimentale che apre la via alla pratica sicura e costante. Ed è precisamente ciò che io mi vanto di essere stato il primo ad avere indicato, formando un metodo ragionato sull’analisi e l’osservazione, non che basata sulla fisiologia.

So benissimo che questo mio metodo d’insegnamento darà facilmente agio alla critica di esercitarsi alle mie spalle. Ma io poco me ne curo, perchè agisco da uomo convinto e sono pronto a discutere la mia teoria con fatti e con parole con chichessia.

Ho per me, lo ripeto, una esperienza di 40 anni passati sull’arena lirica del teatro, in cui non ho cessato mai di praticare su me e su gli altri i frutti delle mie costanti investigazioni ed osservazioni.

Non vorrei occupare di me chi si degna leggermi, ma non posso a meno di fare constatare un fatto che viene in appoggio a quanto ho esposto finora e che può riscaldare qualche animo affievolito dall’aridezza dello studio vocale.

Io sono la prova vivente del merito della mia teoria. Quando volli destinarmi alla carriera lirica, mi pre sentai al Conservatorio di Parigi (mia patria) per entrare come esterno in una classe di canto; cosa non difficile per certo ad ottenere, basta che si abbia una certa voce.

Subii un esame, cantai ed ottenni una unanimità completa nell’essere riconosciuto come inetto a potere mai diventare cantante. Ciò che non mi ha impedito di diventarlo e di fare parlare di me come possessore di una voce non comune per potenza ed estensione. Ebbene, lo asserisco; trovai la potenza e l’estensione della mia voce coll’applicazione delle teorie che indico in questo breve opuscolo.

Quanto asserisco è cosi vero, che in principio di mia carriera io non poteva cae a mala pena espormi nel repertorio del baritono, per cui debuttai prima colla Saffo; poscia cantai i Lombardi , la Lucrezia Borgia e nella Linda (a Madrid) dovei adattarmi alla parte del Prefetto.

Ciononostante circa 10 anni dopo mi si era siffattamente sviluppata la voce che (consigliato da alcuni amici) tentai una udizione alla Scala come tenore, udizione alla quale presiedeva il maestro Mazzucato, i membri della Direzione ed il tuttora vivente Giuseppe Brunello, allora impresario della Scala. Cantai l’aria d’Otello, quella della Norma, quella dell’Aroldo, e quella del Bravo. Brunello voleva scritturarmi il carnevale per fare la Norma colla Galletti. A quest’offerta presi tempo un mese per decidermi. Fu il celebre tenore Donzelli che mi dissuase di cambiare chiave, facendomi osservare che come tenore avrei difficilmente potuto sostenere le parti del repertorio moderno, e come baritono invece avrei fatto ciò che non tutti potevano fare; e mi persuasi a’ rimanere baritono. Ciò basta a provare quale cambiamento può fare una voce guidata da uno studio ragionato.

I risultati che ottenni poi, applicando il mio metodo alle voci che venivano affidarsi alle mie cure, mi hanno indotto a rendere di pubblica notorietà un metodo che mi ha sempre dato pronti e meravigliosi risultati.

Questo sia detto per incidenza e per eccitare chi di voce si vorrà occupare, a seguire o per lo meno tentare l’applicazione dei miei principii, persuaso qual sono di rendere un vero servigio all’arte mia prediletta alla quale dedicai tutta la mia esistenza.

Vorrei che tutti i maestri che si occupano della educazione delle voci avessero il coraggio che ho io, nel i’esporre i segreti del mio insegnamento. Facciano altrettanto e dicano anch’essi quali sono i mezzi che adoprano per sviluppare le qualità della voce o distruggerne i difetti. Poiché chi insegna il canto deve pure avere un me todo proprio. Ma pur troppo, temo sia questo un pio desiderio, perchè vi vuole una fede, e disgraziatamente la maggior parte non ha che quella del marchese Colombi, che tra il si e il no era sempre di parere contrario.

Testo estratto da Compendium, Leone Giraldoni, Milano, 1889. – Luca D’Annunzio.

 

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