Riflessioni sull'arte del canto

Leone Giraldoni:

Sullo studio dell’articolazione e della pronuncia

Ora troppo ci vorrebbe a svolgere per iscritto tutte le regole che reggono l’articolazione di tutte le consonanti del canto; la pratica aiutata dalla riflessione basterà al cantante senza aver bisogno di estendersi sopra una teoria le cui eccezioni potrebbero superare le regole generali. L’articolazione della consonante dovrà però in generale essere più accentata nel canto che nel linguaggio usuale, onde corrispondere all’importanza che ha già la vocale nel canto. Deve il cantante badare molto alle consonanti che terminano alcune parole per abbreviazione: come castel per castello; amor per amore, ecc. In questo caso se il cantante non ha la cura di accentar fortemente la consonante finale, va a rischio di confonderla con quella che comincia la parola seguente; risultandone una pronunzia molto incorretta. – Lo stesso dicasi pure tutte le volte che due consonanti diverse trovansi vicine, come nelle parole perfido, morte, rimbombo, ecc. In questi casi la prima di quelle due consonanti devesi sbalzare onde pronunziarla distintamente e non cadere nel vizio di tanti cantanti che preferiscono aggiungere dopo ogni consonante una E, facendo udire in tal modo perefido morete, ecc. Per sbalzarla intendo che nell’articolazione della prima consonante, la gola abbandoni interamente la forza del suono, reggendolo soltanto coll’aiuto del naso e della gola, ciò che permetterà di articolare la consonante seguente senza tensione di gola; per evitare la quale molti cantanti cadono nel vizio suindicato.

Vi sono pure alcune situazioni drammatiche in cui la parola, per la serie concreta d’idee che abbraccia, vuole una particolare articolazione delle consonanti, come a mo’ d’esempio la prima parola della maledizione del Tenore nella Lucia, dove l’accento drammatico e la voce medesima concorreranno tanto maggiormente all’espressione, quanto sarà articolata la prima consonante. 

Troppo vi vorrebbe ad esaminare minutamente tutte le situazioni in cui l’articolazione aggiunge assai all’accento drammatico ed all’effetto medesimo della voce. È d’uopo che il cantante che studia l’arte sua con amore si dedichi con particolare attenzione allo studio filosofico di quelle diverse gradazioni di sentimenti, e ritroverà nell’articolazione un aiuto efficace e potente all’espressione degli affetti. Più ancora che nel semplice vocalizzo, il cantante deve, nell’articolazione più o meno accentata delle parole, lasciare alla sua gola tutta la leggierezza e l’elasticità possibile, onde evitare di stancare inutilmente la gola, che non deve avere altro ufficio se non quello della semplice formazione del suono; il quale viene poi modificato dagli altri agenti che concorrono alla articolazione delle lettere in generale. 

L’artista in teatro dovendo rendere le parole sensibili a tutto un pubblico in un vasto recinto, dovrà alquanto esagerare la sua pronunzia, particolarmente poi nelle consonanti di loro natura mute o deboli come il b, il d, il g, ecc. In questo modo potrà far udire tutte le parole del suo canto a tutti gli astanti; merito rarissimo ad incontrarsi, oggi che molti cantanti non pronunziano nè bene, nè male. 

Uno studio che consiglierei al cantante prima di dedicarsi all’applicazione delle parole alle note, sarebbe quello del solfeggio colla denominazione delle note. Con questo studio potrà simultaneamente avvezzar la sua voce sopra quattro delle vocali esistenti, cioè a, e, i, o, ed alcune alcune consonanti d, f, l, m, r, s. Servirà esso di studio preparatorio alla pronunzia. Ciò fa riconoscere quanto sia dannoso di far cominciare i primi studi col denominare le note nel solfeggio; studio che necessità ben altre cognizioni, colla trascuranza delle quali si possono acquistare difetti che non si avevano prima. Lo studio del solfeggio in principio sarebbe infinitamente più profittevole, se si facesse eseguire alla mente l’ufficio che si destina alla bocca, giacchè vocalizzando con la vocale A nel solfeggiare colla mente, avrebbe per risultato di fissare più sicuramente l’intonazione delle note senza incorrere nel pericolo di falsare la emissione coll’anticipare immaturatamente lo studio della pronunzia.

Non solo il cantante dev’essere l’interprete del maestro nell’esprimere una melodia, ma deve puranco col mezzo delle parole interpretare i sentimenti del poeta, che tesse l’azione drammatica; la qual cosa molto accresce l’interesse dello spettatore e riesce di maggior effetto. Credo dunque inutile d’insistere di più nel raccomandare ai cantanti di non privarsi mediante una imperdonabile negligenza, degli immensi vantaggi che possono ritrarre da questo indispensabile studio.

Si vedrà nel seguente capitolo ciò che manchi al compimento degli studi vocali dell’artista melodrammatico; ed in seguito esaminerà in compendio quali sieno gli studi a cui si dovrà applicare per completare la sua educazione artistica. 

Testo estratto da Guida teorica – pratica ad uso dell’artista cantante, Leone Giraldoni, Milano, 1884. – Luca D’Annunzio.

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