Riflessioni sull'arte del canto

Lilli Lehmann:

Come ci si deve comportare durante gli esercizi

Quando ci si esercita, si deve sempre stare in pedi e, se possibile, di fronte a un grande specchio per imparare a osservarsi con precisione. Senza irrigidirsi, bisogna stare dritti in piedi e tranquilli ed evitare tutto ciò che può provocare agitazione. Le mani devono essere abbandonate morbidamente in basso o poggiare dolcemente su qualcosa, senza partecipare, per il momento, all’interpretazione. Prima dobbiamo imparare a dominare il nostro corpo, a essere calmi, affinché, in seguito potremo essere in grado, mentre cantiamo, di muoverci in modo consapevole.

L’allievo deve sempre restare in piedi in modo da consentire all’insegnante di valutare sia il suo volto sia la sua figura. Continui movimenti della dita, delle mani o dei piedi sono inammissibili.

Completamente libero da cattive abitudini, il corpo deve essere a servizio del cantante. La tranquillità del cantante comunica una sensazione gradevole allo spettatore.

Quanto più il cantante o l’artista è tranquilo, tanto più carica di significato diventa ogni espressione; inoltre i movimenti acquistano maggior rilevanza se sono ridotti al minimo indispensabile. Per questo non si potrà mai essere abbastanza tranquilli. La tranquillità deve comunicare soltanto la tesa e raccolta concentrazione dell’artista e non deve essere scambiata per disinteresse.

La tranquillità dell’artista è rassicurante per il pubblico, giacché essa non può che derivare dalla sicurezza delle proprie capacità e dalla convinzione della propria preparazione e perfetta conoscenza dell’opera che andrà in scena. Un artista la cui Arte deriva dalla conoscenza, non potrà che apparire calmo e sicuro. Apparire agitati non è mai artistico e quindi non si addice al luogo in cui l’Arte deve essere incarnata. Tutte le forme di dipendenza dalle abitudini creano agitazione e rigidità.

Perciò, già negli esercizi, ci si deve abituare a essere tranquilli e a sottomettere il corpo alla propria volontà, per essere totalmente liberi di esprimersi e muoversi.

Suonare le singole note o gli accordi completi durante la lezione è sbagliato e l’allievo non dovrebbe tollerarlo. L’insegnante riesce ad ascoltare l’allievo, ma quest’ultimo non riesce ad ascoltarsi e invece è fondamentale che l’allievo impari a farlo. Potrei uscire dai gangheri se gli insegnanti mi portassero i loro allievi e pigiassero sul pianoforte come pazzi mentre quelli cantano. Ma lo fanno anche gli allievi che, seduti al pianoforte, suonano venti accordi per cantare un solo suono tenuto. Per chi è musicale, quando si esercita da solo, in piedi, è sufficiente attaccare un singolo suono oppure anche una triade dopodiché il corpo e le mani ritornano in un posizione tranquilli e dritta. Solo quando si sta in piedi si può respirare liberamente con l’addome e preparare al prossimo esercizio o al canto l’intera persona. 

E’ bene anche abituare gli allievi a mettere delle parole ai vocalizzi e costruire frasi, con un numero appropriato di sillabe, in modo da dare gradualmente una certa espressività: alle immagini create si accorderanno armonicamente sia tratti del viso sia lo stato d’animo, che altrimenti, senza emozioni e sensazioni, sarebbero distratti e apatici. Naturalmente solo quando il singolo suono sarà perfettamente a posto e tutti i dubbi saranno dissipati, sarà permesso ampliare l’orizzonte espressivo dell’allievo senza alcun pericolo.

Solo se in una scena è necesario che un pezzo sia cantato in ginocchio o da seduti, ci si deve preparare nella propria stanza molto tempo prima ed esercitarsi in quel modo durante tutte le prove, come la scena richiede. In tutti gli altri casi si deve sempre stare in piedi.

Dobbiamo fare i conti anche con l’abbigliamento o il materiale di scena che ci è imposto sul palco e a cui non siamo abituati; dobbiamo quindi provare con questi oggetti, ad esempio con cappelli, elmi, berretti, mantelli, etc. Se non si è abituati a portarli, si risulta spesso goffi e ridicoli. Da qui derivano sciocchezze come un Lohengrin che non sa cantare con l’elmo, quell’altro con lo scudo, un terzo con i guanti, un Wanderer con un grande cappello, un José con l’elmo, un altro con la lancia in mano, etc.

Tutto questo deve essere provato davanti allo specchio a lungo, finché tutti i presupposti per un ruolo, tra cui il costume, non siano diventati un’abitudine. A tal fine si deve essere padroni del proprio corpo e dei propri movimenti.

Lo stesso dovrebbe essere per la voce. Bisogna liberarsi dalle cattive abitudini per pretendere consapevolmente dalla propria voce tutto ciò che l’espressione dell’opera da rappresentare richiede.

Bisogna esercitarsi finché non si è in grado di eseguire tutto senza affaticamenti e dopo ogni esercizio ci si deve riposare per essere freschi per il successivo: dopo la scala completa, almeno dieci minuti e questa pausa si deve osservare per tutto il tempo in cui ci si esercita, non deve essere riempita con altre attività.

Solo col passare del tempo è possibile chiedere alla voce e alla mente di sopportare sforzi continui. Anche se all’inizio non si dovesse percepire fatica, alla fine comunque la voce ne sarebbe danneggiata. Nella maggior parte dei casi sono proprio gli allievi a essere responsabili: non ne hanno mai abbastanza, fintanto che si divertono.

Per questo è anche una pazzia voler cantare in teatro ruoli importanti già dopo uno o due anni di studio; per uno o due anni questo sforzo si riesce a sopportare, ma non per lungo tempo.

Agenti e direttori commettono un crimine se pretendono sforzi enormi da cantanti così giovani. Non soltanto per via del canto, ma anche per le prove, che si tengono in ambienti in cui l’aria è pessima: non si dorme mai, si conduce una vita sregolata e si sta in teatro cinque o sei ore. Tutto questo non è adatto a soubrette sotto i ventiquattro anni, seconde parti sotto i ventotto e parti drammatiche sotto i trentacinque: a queste età è ancora troppo presto. Solo dopo si può lavorare come si deve, la voce e il corpo possono offrire qualcosa di buono. E tutti dovremmo essere d’accordo su questa regola. Allora si studierebbe di più e gli indegni non sarebbero responsabili di così tanti reati contro l’Arte del canto.

Testo estratto da Il canto: arte e tecnica, Lilli Lehmann, 1922. A cura di Valentina Valente. Traduzione di Elvira Carlotti. – Luca D’Annunzio.

error: Content is protected !!