Lilli Lehmann:

sulla conoscenza della propria voce

Se solo gli allievi, così come i cantanti professionisti, si rendessero conto che il suono cantato va cercato all’interno della risonanza del proprio corpo (quindi nella cassa toracica e nella testa) e non all’esterno, dove i cantanti spingono il fiato pensando di ottenere così voci forti e suoni intensi! Il nostro corpo, infatti, rappresenta contemporaneamente sia lo strumento sia la cassa di risonanza e noi dobbiamo imparare a suonarlo. I muscoli sono le corde che dobbiamo imparare a tendere e ad accordare. Al nostro spirito invece è affidato il controllo dell’espressione artistica. Come le canne dell’organo che, attraverso la loro forma e i mantici che regolano la pressione dell’aria, danno la possibilità allo strumento di produrre un’infinita successione di suoni, zone e modalità di espressione, così anche noi dobbiamo creare, attraverso gli organi fonatori e di risonanza, delle forme vive per i nostri suoni. Come il meccanismo di un orologio deve essere caricato per mettere in funzione tutte le parti che lo compongono, così noi cantanti dobbiamo accordare gli organi e i rispettivi muscoli in modo da formare un meccanismo a incastro e predisporlo al funzionamento. Inoltre dobbiamo regolare continuamente e mantenere in attività questa nostra macchina, anche per il Lied più semplice o per la frase musicale più breve. Anche una minima disattenzione o la rottura della forma richiesta dalla pronuncia delle parole possono distruggere questo strumento artisticamente assemblato e la gamma dei suoni da esso prodotta.

La nostra Arte del canto è una meraviglia esattamente come il corpo umano, che è il nostro strumento. Una bella voce umana, capace, se dotata, di restituire i moti del nostro cuore, ha quindi un che di miracoloso.

Noi cantanti abbiamo l’obbligo di conoscere il nostro strumento con precisione e di servire l’ideale dell’Arte attraverso la nostra natura umana.

Testo estratto da Il canto: arte e tecnica, Lilli Lehmann, 1922. A cura di Valentina Valente. Traduzione di Elvira Carlotti. – Luca D’Annunzio.

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