Tito Schipa:

lo studio di un ruolo

 

Mi hanno chiesto spesso del modo in cui studio i ruoli. Supponiamo che si tratti della parte che amo tanto, quella del Werther. Quando l’impresario mi fece balenare per la prima volta la possibilità di interpretare questo personaggio, ne fui deliziato. Ma non mi gettai subito sulle arie. Tanti cantanti conoscono bene le proprie romanze , i duetti, eccetera… ma non conoscono altro! Domandate loro cosa fanno gli altri personaggi, o di che tratta il soggetto; vi guarderanno con aria confusa… Il che spiega perché in seguito non esprimeranno nessuna realtà.

Ah no. Quando Werther fu messo melle mie mani io rilessi il romanzo e mi concentrai su di esso finché non mi impadronii della cornice psicologica del protagonista, del suo punto di vista, del suo sguardo sull’esistenza… Quando fui sicuro di conoscere Werther intimamente passai al pianoforte. Lessi l’intero spartito per diversi giorni, finché non memorizzai tutto l’insieme musicale, preludi e intermezzi compresi. A questo punto passai al libretto, ma non a leggerlo o cantarlo, no no! Per prima cosa mi concentrai sui valori ritmici.

Leggevo le parole con il loro valore musicale, capite? Non la melodia, ma semplicemente l’onda, lo “swing” e il suo valore metrico. Perché penso che il cantante debba sempre ricordarsi di essere in un’opera, e sempre immedesimarsi, a tutti i livelli, nella cornice generale intuita dall’autore. Non può cantare irrispettosamente verso il resto dell’orchestrazione o dei suoi colleghi. Deve stare al suo posto, ritmicamente parlando.

Testo estratto da Tito Schipa, Tito Schipa Jr., Lecce, 2004.

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